Rievocato recentemente da Mariastella Gelmini, il saggio di Roger Abravanel (Meritocrazia. 4 proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro paese più ricco e più giusto, Garzanti 2008) offre diversi spunti di riflessione.
Non tanto sul problema della “scuola meritocratica o scuola di qualità”, quanto invece su ciò che riguarda la “politica meritocratica” o comunque il merito in politica.
Sì, perché oggi come oggi, dallo scandalo Cosentino in giù, o se si preferisce dall’affaire Dell’Utri in su, risulta difficile associare alla politica il concetto di meritocrazia, là dove la politica dovrebbe avere comunque una sua valenza etico-morale.
Al contrario, il panorama politico di qualunque colore esso sia si presenta come una serie di compromessi della peggior specie, per cui al concetto di politica si abbina con maggiore affinità quello di opportunismo.
Opportunismo dei politici ed opportunismo degli elettori, che purtroppo non vedono al di là del loro naso e scelgono la soluzione apparentemente più comoda a breve termine, sicuramente più instabile a lungo andare.
Come dare torto! I padani inneggiando al loro ‘Dio-Po’ vedono nelle cialtronaggini della cricca di Bossi-Calderoni-Castelli la panacea verso la secessione: ma non si sono accorti che la marcia su Roma dei vichinghi della Val Brembana non ha avuto un verso biunivoco? I Bossi-boys si sono insediati nel Palazzo tanto disprezzato ed attaccato, ma la secessione è lontana a venire. Il federalismo è stato avviato da una manovrina della sinistra (2001), mai perfezionata. E quel sistema di lobby che la Lega intendeva combattere si sta al contrario sempre più radicando: vedi “La Trota” del vivaio Bossi.
Lo stesso dicasi per la mano longa del PdL, tutti in politica per le poltrone ed i loro affari, tutti in politica per se stessi ed i propri cari.
Quando poi si è dall’altra parte, è facile sputare nel piatto nel quale si è mangiato: vero Brunetta? E parlare di merito, di fannulloni, di estirpare il ciarpame dei parassiti… “la bocca è un bello strumento: beato chi lo sa far suonare!”
Bisognerebbe allora parlare di meritocrazia anche per la politica: fare un vero, onesto e trasparente bilancio e lasciare agli elettori l’arma della conferma o del cambiamento. Al contrario viviamo di slogan tutto l’anno, di sterili invettive abbaiate ai quattro venti, di parole e mai di fatti. Se davvero la politica fosse meritocratica, allora andrebbe rianalizzata la posizione di chi ha promesso da tempo un milione di posti di lavoro, finanziarie leggere, abbattimento dell’inflazione … purtroppo il popolo è poco sovrano e molto suddito delle contingenze: in un Paese che vive di espedienti, non si può certo biasimare chi ha bisogno di sbarcare il lunario, arrivare alla fine del mese, e quindi abbocca alle facili promesse di venidtori di fumo. Poi ci scandalizziamo quando leggiamo le intercettazioni, le infiltrazioni della malavita nella vita pubblica, quando veniamo a conoscenza della punta di un iceberg che difficilmente si scioglierà.
La meritocrazia è la strada giusta, a patto che siano meritevoli gli interpreti ed il pubblico [sempre e soltanto pagante!].