Per misurare l’andamento di un paese non c’è niente di meglio che far parlare i dati. Il rapporto 2010 dello SVIMEZ (associazione per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno) presenta dei dati quanto meno allarmanti.
In particolare la notizia che 1 abitante su 5 non possa pagare il medico oppure non possa pagare il riscaldamento! Si tratta di dati agghiaccianti, legati ad uno sviluppo sempre più degradante delle aree periferiche delle grandi città (Napoli, Palermo, Reggio Calabria …) e ad una cattiva politica di investimenti. In alcune aree la disoccupazione sfiora il 36%; le industrie sono seriamente compromesse e minacciate da un contesto economico-politico di recesso in cui le famiglie non spendono e gli investitori non investono.
Di seguito riporto il comunicato stampa della SVIMEZ, ma gli interessati potranno trovare tutte le notizie, oltre ad una ricca sintesi (di 35 pagine) sul sito dell’associazione.
Il quadro è degno di riflessione, soprattutto da parte di chi si professa cittadino impegnato per il bene della propria nazione.
SVIMEZ, PIANO DA 38 MILIARDI DI EURO PER LE GRANDI INFRASTRUTTURE
Nel 2009 il Pil torna ai livelli di dieci anni fa – Giù tutti i settori
2,4 milioni via dal Sud in venti anni – 26mila pendolari in meno per la crisi
Al 24% il tasso di disoccupazione effettivo al Sud
Il 44% delle famiglie non può sostenere una spesa extra di 750 euro.
La fotografia dell’economia del Mezzogiorno nel Rapporto SVIMEZ
Un Mezzogiorno in recessione, colpito duramente dalla crisi nel settore industriale, che da otto anni consecutivi cresce meno del Centro-Nord, cosa mai avvenuta dal dopoguerra a oggi, il cui Pil del 2009 è tornato ai livelli di dieci anni fa. Un’area periferica in cui gli emigrati precari, colpiti dalla crisi, privi di tutele, a parte la CIG, iniziano a rientrare, ma già pensano a ripartire, dove il tasso di disoccupazione paradossalmente cresce di più al Nord che al Sud, dove 6 milioni 830mila persone sono a rischio povertà. Mentre serve un nuovo progetto Paese per il Sud, che parta dal rilancio delle infrastrutture, con piano di 38 miliardi di euro, per coinvolgere quale nuova “frontiera” i settori più innovativi: questa la fotografia che emerge dal Rapporto SVIMEZ sull’economia del Mezzogiorno 2010 in presentazione
a Roma martedì 20 luglio.
Nel 2009 il Pil del Sud è calato del 4,5%, un valore molto più negativo del -1,5% del 2008, leggermente inferiore al dato del Centro-Nord (-5,2%). Il Pil per abitante è pari a 17.317 euro, il 58,8% del Centro-Nord (29.449 euro).
A livello regionale l’Abruzzo mostra nel 2009 una diminuzione del Pil particolarmente elevata (-5,9%), seguito dalla Campania (-5,4%), e Puglia e Basilicata a pari merito (-5%). Tutte negative le altre regioni meridionali, come le settentrionali, a eccezione
della Valle d’Aosta. La perdita più contenuta in Sicilia (-3,1%).
A livello settoriale nel 2009 anche l’agricoltura meridionale è stata investita dalla crisi, con un crollo del valore aggiunto del 5%, contro il -1,9% del Centro-Nord. A livello regionale
il valore aggiunto di Abruzzo, Basilicata, Molise e Puglia, che nel 2008 avevano registrato buone performances, è sceso fortemente, con valori compresi tra -8% e -11%.
A fare le spese maggiori della crisi, l’industria, con un crollo del valore aggiunto industriale nel 2009 del 15,8%, mentre le produzioni manifatturiere hanno segnato un calo del 16,6%. A tirare giù l’industria meridionale soprattutto minerali non metallurgici (-26,9%), metalli (23,9%) e macchine e mezzi di trasporto (-20,5%).
Sempre per effetto della crisi, per la prima volta dalla fine della guerra il valore aggiunto del settore dei servizi è calato per due anni consecutivi, segnando nel 2009 – 2,7% (Centro-Nord -2,6%), con effetti molto più pesanti nel commercio (-11% contro -9%).
Giù anche turismo e trasporti (-3%) e intermediazione creditizia e immobiliare (-1,7%).
Circa 88mila i posti di lavoro persi nel settore al Sud (-1,9% rispetto al 2008), con punte del -3,9% nel commercio, il doppio che al Centro-Nord (-1,7%), concentrate soprattutto nel lavoro autonomo.
Due le cause principali dell’andamento recessivo: investimenti che rallentano, famiglie che non consumano. Queste ultime infatti hanno ridotto al Sud la spesa del 2,6% contro l’1,6% del Centro-Nord. Mentre gli investimenti industriali sono crollati del 9,6% nel 2009, dopo la flessione (-3,7%) del 2008.L’INDUSTRIA DEL SUD A RISCHIO ESTINZIONE
Una situazione senza precedenti: dal 2008 al 2009 l’industria manifatturiera del Sud ha perso oltre 100mila posti di lavoro, di cui 61mila soltanto lo scorso anno. In questo modo il gap dell’industria meridionale con il Centro-Nord e il resto dell’Europa si è ulteriormente aggravato. Dal 2004 al 2008 il valore aggiunto industriale al Sud ha perso il 2,4% contro il + 9,7% dei paesi dell’area Euro.
Secondo la SVIMEZ per uscire dall’impasse occorre promuovere una nuova politica industriale specifica per il Sud, con risorse adeguate. Uno degli elementi fondamentali dovrebbe essere costituito dalla fiscalità di vantaggio.
LA DISOCCUPAZIONE CRESCE DI PIU’ AL CENTRO-NORD
Il tasso di occupazione nella media del 2009 è sceso di quasi un punto percentuale rispetto al 2008, da 58,7% a 57,5%.
Su 380mila posti di lavoro in meno in tutto il Paese, 186 mila sono stati al Centro-Nord (-1,1%). Situazione più pesante nel Mezzogiorno, con 194mila unità in meno (-3%).
Se si analizzano gli andamenti trimestrali dell’occupazione, emerge che la crisi è iniziata prima al Sud e lì sembra durare più a lungo. Gli occupati al Sud sono quindi tornati ai livelli di dieci anni fa. Dei circa 530mila posti di lavoro persi nell’ultimo anno e mezzo, 335mila sono al Sud.Regioni - Nel 2009 tutte le regioni meridionali sono state interessate da difficoltà occupazionali.
Perdite più consistenti in Abruzzo (-4,6%, pari a 23.800 posti di lavoro in meno), Campania (-4,1%, pari a 68.700 posti di lavoro in meno) e Puglia (-3,8%, 49.200 unità in meno). In linea con il calo del 3% degli occupati meridionali il Molise (-3,1%, meno 3.600 posti) e la Sardegna (-3%, meno 18.600 posti di lavoro). Cifre più contenute, pur se negative, in Basilicata (-2,7%, pari a 5.200 posti di lavoro), Calabria (-1,5%, 9.100 posti) e Sicilia (-1,1%, 15.700 posti di lavoro).
Settori – La domanda di lavoro in agricoltura continua a scendere, soprattutto al Sud (-5,8% contro il +0,9% del Centro-Nord). In calo anche l’industria, che segna – 6,3% al Sud e -2,7% nell’altra ripartizione. La dinamica dell’occupazione industriale è sensibilmente negativa in tutte le regioni del Sud, particolarmente in Sicilia (-8,4%), Campania (-7,2%) e Puglia (-7,3%), con l’eccezione della Calabria (+0,4%).
Giù anche i servizi, con un calo dell’1,6%, ben più marcato che nell’altra ripartizione (-0,4%).
In valori assoluti, il Sud ha perso nel 2009 25mila unità nel settore agricolo (+4.300 al Centro-Nord), 94mila nell’industria (-145mila nell’altra ripartizione) e 74.300 unità nei servizi (-44.700 nel Centro-Nord).
Nel 2009 i disoccupati sono aumentati più al Centro-Nord (+29,9%), quasi 30 volte di più che al Sud (+1,4%). Nella classe di età 15-24 anni la disoccupazione è arrivata al 20,1% al Centro-Nord e al 36% al Sud. Qui crescono anche i disoccupati di lunga durata (sono il 6,6% del totale, erano il 6,4% nel 2008).
All’Italia spetta il non invidiabile primato del tasso di disoccupazione giovanile più alto in Europa, di cui è responsabile soprattutto il Mezzogiorno. Nel 2009 gli occupati in età 15-24 anni crollano del 13,2%.
La laurea paga, ma in ritardo – Nel 2009 il tasso di occupazione dei laureati 25-34enni è stato del 53% contro il 75% del Centro-Nord. Solo in età adulta, oltre i 40anni, il tasso di occupazione dei laureati si allinea tra le due ripartizioni: 90,3% al
Sud, 92% al Centro-Nord in età 45-54 anni.
Inattivi: il Nord che si meridionalizza – Nel 2009 i giovani italiani Neet (Not in education, employment or training), cioè che non studiano, non lavorano, né lo cercano,
sono aumentati del 6,6% rispetto al 2008, sforando quota 2 milioni. Di questi, 1,2 milioni sono al Sud e 850mila al Centro-Nord. Da segnalare che in questo senso il Nord si
sta meridionalizzando: qui gli inattivi sono aumentati dell’81% dal 2005 al 2009.Spina nel fianco, le donne: nel 2009 1 ragazza su tre (15-29 anni) al Sud non ha lavorato né studiato. Pesa ancora un modello familiare con un unico stipendio in famiglia eil ruolo sociale della donna, confinata tra le mura domestiche.
Disoccupati impliciti ed espliciti – Come già rilevato nel Rapporto SVIMEZ dello scorso anno, al Sud continua a crescere la zona grigia della disoccupazione, che raggruppa scoraggiati (persone che non cercano lavoro ma si dicono disponibili a lavorare),
disoccupati impliciti e lavoratori potenziali. Considerando questa componente, il tasso di disoccupazione effettivo del Sud salirebbe nel 2009 a sfiorare il 23,9% (era stimato nel 22,5% nel 2008). Con forti differenze regionali: in Campania arriverebbe al
25,2%, in Calabria al 25,3%, in Sicilia addirittura al 27,2%. Cifre diverse anche per il
Centro-Nord: in Piemonte arriverebbe a sfiorare il 12% e in Lombardia al 9,5%.
IN VENTI ANNI 2,4 MILIONI VIA DAL SUD, A PARTE I PENDOLARI
Tra il 1990 e il 2009 circa 2 milioni 385mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno.
La vera America, per i meridionali, resta il Centro-Nord, dove si dirigono 9 emigranti su 10. Solo 1 su dieci si trasferisce all’estero: in valori assoluti, dal 1996 al 2007, parliamo di 242mila persone, di cui oltre 13mila laureati. In testa alle preferenze la Germania, che attrae oltre un terzo degli emigranti verso l’estero, per il 20%
laureati; seguono Svizzera e Regno Unito.
Nel 2009 114mila persone si sono trasferite dal Sud al Nord, 8mila in meno rispetto al 2008. In crescita invece i trasferimenti in direzione opposta, da Nord a Sud, arrivati nel 2009 a 55mila unità (erano 50mila l’anno precedente).
Riguardo alla provenienza, in testa per partenze la Campania (38mila nel 2007), seguita da Sicilia (26.200) e Puglia (21.300). La regione più attrattiva per il Mezzogiorno resta la Lombardia, che ha attratto nel 2007 quasi un migrante su quattro, pari a quasi 29mila persone, seguita dall’Emilia Romagna, con 22mila unità in più. In Abruzzo e Molise la prima regione di destinazione resta il Lazio, mentre per la Campania è l’Emilia Romagna.
I migranti sono soprattutto uomini, anche se il Lazio è una regione che attrae più donne.
Riguardo al titolo di studio, i laureati sono il 17,5%, e la regione che ne attrae di più è il Lazio (25%).
L’emigrante tipo ha 31 anni in media: i più giovani, under 30, si dirigono in Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, mentre l’età media di chi si trasferisce nel Lazio è di
33,8 anni.
Pendolari e crisi – La crisi ha colpito duro i pendolari, generalmente giovani, laureati e precari. Nel 2009 sono stati 147mila, in calo del 14,8% rispetto al 2008, pari a
26mila unità. Oltre 60mila sono campani, 36.500 i pugliesi, 35mila i siciliani. A seguire, abruzzesi (19mila), calabresi (16.800), lucani (14mila) e molisani (8.300).
È un’emigrazione diversa dagli anni 60: il trolley e il pc al posto della valigia di cartone, molti con la laurea in tasca, e moltissime donne. I posti di lavoro disponibili nel Mezzogiorno
sono in numero assai inferiore a quello degli occupati; il sistema produttivo arretrato non è in grado di richiedere e assorbire il personale ad alta qualificazione che sfornano le Università e non solo.
Sono giovani e con un livello di studio medio-alto: il 75% ha meno di 45 anni e quasi il 50% svolge professioni di livello elevato. Oltre il 26% è laureato e quasi il 43% lavora
da meno di tre anni. Non lasciano la residenza generalmente perché non lo giustificherebbe né il costo della vita nelle aree urbane né un contratto di lavoro a tempo. Sono soprattutto
maschi (76%), singles (50%), dipendenti (90%) full time in una fase transitoria della loro vita, come l’ingresso o l’assestamento nel mercato del lavoro.
A livello regionale, l’identikit del pendolare cambia leggermente: l’84% dei pendolari in Trentino Alto Adige opera nei servizi, mentre chi vuole lavorare nell’industria si dirige in Emilia Romagna, Umbria o va all’estero (22%). Il Lazio assorbe molti laureati, mentre Veneto, Friuli e Marche molti pendolari privi di titolo di studio o con licenza elementare.
La maggior parte dei pendolari in Valle d’Aosta è donna e svolge lavoro dipendente, mentre chi va all’estero è soprattutto uomo (89%). I lavoratori autonomi preferiscono Lazio e Marche. I pendolari part time si concentrano in Umbria (13,8%).
Senza tutele - Incrociando i dati della Cassa integrazione e delle forze lavoro risulta che su 186 posti di lavoro persi al Nord, gli interventi di CIG hanno interessato 438mila persone, mentre al Sud su oltre 200mila occupati in meno le misure utilizzate sono state di appena 96mila unità.
In altri termini, al Nord per ogni persona che perde il lavoro, 2 sono protette; al Sud è l’opposto, solo un lavoratore su 3 ottiene la CIG. Gli effetti sociali sono devastanti: molti lavoratori precari, perso il lavoro, al Sud, non sono stati minimamente tutelati.
In base agli ultimi dati disponibili (2007) il 14% delle famiglie meridionali vive con
meno di 1.000 euro al mese, un dato quasi tre volte superiore all’altra ripartizione (5,5%).
Un unico stipendio e più familiari a carico – Nel 47% delle famiglie meridionali vi è un unico stipendio, addirittura il 54% in Sicilia. Hanno inoltre a carico tre o più familiari il 12% delle famiglie meridionali, un dato quattro volte superiore al Centro- Nord (3,7%), che arriva al 16,5% in Campania.
Il rischio resta anche con due stipendi – A rischio povertà a causa di un reddito troppo basso quasi un meridionale su 3, contro 1 su 10 al Centro-Nord. In valori assoluti, al Sud, si tratta di 6 milioni 838mila persone, fra cui 889mila lavoratori dipendenti
e 760mila pensionati. Riguardo al titolo di studio, oltre 1 milione 100mila ha un livello medio-alto, con 122mila laureati.
Da segnalare che non sempre, al Sud, uno stipendio in più oltre a quello base modifica la situazione: in quasi una famiglia su 4 (23,9%) con due redditi il rischio rimane.
Una famiglia meridionale su 5 non ha soldi per andare dal medico – Ben il 44% delle famiglie meridionali, quasi una famiglia su due, non ha potuto sostenere una spesa imprevista di 750 euro (26% al Centro-Nord).
La povertà morde particolarmente nelle piccole scelte quotidiane: nel 2008 nel 30% delle famiglie al Sud sono mancati i soldi per vestiti necessari e nel 16,7% dei casi si sono pagate in ritardo bollette di luce, acqua e gas. Otto famiglie su cento hanno tirato la cinghia rinunciando ad alimentari necessari (il 12% in Basilicata), il 21% non ha avuto soldi per il riscaldamento (27,5% in Sicilia) e il 20% per andare dal medico (il 25,3% in Campania e il 24,8% in Sicilia). Nel 2008 è arrivato con difficoltà a finemese oltre una famiglia su 4 (25,9%) contro il 13,2% del Centro-Nord.
BANCHE, CREDITO E BANCA SUD
Nel 2009 il numero di banche operative nel Mezzogiorno è passato da 222 a 215; di queste, tra le 151 aventi sede nell’area, 17 facevano parte di gruppi del Centro-Nord.
Nel 2009 gli sportelli bancari presenti al Sud erano 7.196, 100 in meno rispetto al 2008. 4.133 facevano parte di banche con sede legale al Sud, e di queste 2.737 appartenevano a gruppi del Centro-Nord.
Colpendo l’industria, la crisi ha inferto un duro colpo anche all’accesso al credito delle imprese del settore, già critico al Sud per motivi strutturali (maggiori rischi, minor numero di aziende, prevalenza di aziende di piccole dimensioni e attive nei settori tradizionali, ecc).
A livello settoriale le imprese manifatturiere hanno subito un tracollo nell’erogazione dei prestiti, con un calo, nel Nord Ovest, del 10%, a marzo 2010, rispetto a marzo 2009.
Dimezzata invece nello stesso periodo la riduzione al Sud: -5,39%. Resta il grande problema dell’accesso al credito: nel 2009 i prestiti bancari alle imprese meridionali sono cresciuti dello 0,4%, in forte rallentamento rispetto al 2008 (+4,6%),
mentre sono diminuiti del 4% al Centro-Nord. A livello dimensionale al Sud le piccole
imprese hanno tenuto, mentre le altre sono cresciute dello 0,5%. A livello settoriale, invece, le contrazioni più forti hanno interessato l’industria manifatturiera (-7,2% al Sud, -9,9% al Centro-Nord).
In crescita rispetto al 2008 anche le sofferenze, aumentate nelle imprese del Sud di un
punto percentuale (da 2,2% a 3,2%), più o meno come per le aziende del Centro-Nord (da 1,5% a 2,4%).
La Banca del Sud – L’impianto della legge è sbilanciato verso la raccolta, e la fiscalità di vantaggio introdotta è rivolta ai risparmiatori, mentre la banca senza misure di incentivo ad hoc non avrebbe alcuna convenienza a investire nell’area. Possibili correttivi potrebbero venire ad esempio dall’introduzione della detassazione degli utili per progetti di investimento delle pmi meridionali, oppure dall’emissione di bond garantiti dallo Stato, come per i finanziamenti alle infrastrutture.
Ciò non toglie che i progetti di investimento dovrebbero essere sottoposti a una severa selezione, così da evitare distorsioni. La Banca potrebbe inoltre stipulare convenzioni con i Confidi più strutturati, per accelerare il progetto di concentrazione del settore.CONTINUA IL CALO DELLA SPESA PUBBLICA AL SUD
La quota del Mezzogiorno sulla spesa in conto capitale è stimata nel 2009 (o 2008??) al 34,8%, una percentuale ben più bassa del 41,1% del 2001 e lontanissima dall’obiettivo del 45%, che ormai appare come una chimera.Le spese correnti dei Comuni tra il 2007 e il 2009 sono cresciute, a livello nazionale, del 5,3%. Ma l’incremento maggiore si è avuto al Sud, +9,1%, a fronte del 3,4% al Nord e del 5,3% al Centro. Non solo, ma mentre crescevano le spese, le entrate aumentavano dell’1,8% a livello nazionale, aumento che deriva da una riduzione dell’ 1,9% al Nord, e da incrementi del 2,3% al Centro e dell’1,1% al Sud. Infine, i trasferimenti erariali, anche in seguito alla progressiva abolizione dell’Ici sulla prima casa, sono cresciuti nel triennio del 28,5% a livello nazionale, con un andamento molto diversificato tra le diverse ripartizioni territoriali: +13,9% nel Mezzogiorno, +39,8% al Nord, +31,2% al Centro. Ciò è anche la conseguenza del fatto che l’abolizione dell’Ici ha ridotto nel triennio le entrate tributarie del 26,5%, che significa 26,1% al Nord, -37,3% al Centro, -14,3% al Sud.
DAI RIFIUTI AI TRIBUNALI: I DATI DEL DIVARIO NORD – SUD
Circa due terzi dei rifiuti urbani al Sud nel Sud sono finiti in discarica, contro il 28,5%del Centro-Nord. La raccolta differenziata arriva nel Centro-Nord al 45,5%, in linea con
l’obiettivo del 45% fissato dalla normativa, mentre il Mezzogiorno è fermo al 14,7%.
Agli uffici delle Asl al Sud 57 persone su 100 rimangono in fila più di 20 minuti contro le 44 del Centro-Nord; situazione ancora più grave alle Poste, dove addirittura un meridionale
su due resta in fila più di 20 minuti, 29 su cento nell’altra ripartizione. Servizio
elettrico ancora intermittente, con frequenza di interruzioni 2 volte superiore al Centro- Nord. Per non parlare dei tribunali: la sentenza di primo grado arriva nel Mezzogiorno dopo 1.108 giorni, oltre un anno in più rispetto al Centro-Nord (805 giorni).
LA GREEN ECONOMY VOLANO PER L’ECONOMIA DEL SUD
Energia e imprese: un settore che non conosce crisi – Dal 2000 al 2008 la potenza degli impianti e l’elettricità prodotta con le rinnovabili al Sud è cresciuta in modo rilevante. Nel periodo in questione la potenza è cresciuta del 108% nel Mezzogiorno e l’elettricità prodotta del 151%, staccando di 3 e 4 volte il dato nazionale (rispettivamente 31% e 15%). Quote ancora più grandi a livello regionale: la Sardegna e la Puglia aumentano la produzione di 5 volte, la Sicilia addirittura di 10. A scoraggiare però l’attrazione di altre industrie al Sud, locali o multinazionali, è la bassa qualità delle infrastrutture
presenti, la rete elettrica arretrata e le interruzioni di servizio elettrico.
Ricerca e sviluppo: Pil, occupati e brevetti – La situazione non è delle migliori: in base agli ultimi dati disponibili (2007) il Sud spende solo lo 0,87% del Pil in R&S contro l’1,28% del Centro-Nord, pure distante dal parametro del 3% stabilito dalla “Strategia di Lisbona” per il 2010. Anche la percentuale di occupati nel settore la dice lunga sulla scarsa capacità innovativa delle imprese meridionali: solo 1,86 ogni 1.000 abitanti contro il 4,4 del Centro-Nord. Debole anche l’attività brevettuale: solo 11 brevetti registrati per milione di abitanti contro gli 88 dell’altra ripartizione.
Punto dolente, i finanziamenti. I contributi statali non superano i 500mila euro a progetto e gli imprenditori privati disposti a rischiare capitali in settori innovativi sono troppo pochi. Fra i pochi, al Mezzogiorno vanno solo le briciole: dal 2000 al 2008 gli investimenti privati realizzati facendo ricorso al venture capital e al private equity hanno interessato il Sud solo per il 3% del totale.
Come uscire dalla crisi – La “frontiera Sud” rende più che mai urgente la realizzazione di grandi infrastrutture dei trasporti, condizione necessaria e imprescindibile per il rilancio dell’economia meridionale. La SVIMEZ stima un costo di 49 miliardi di euro, di cui 11 miliardi già disponibili e quasi 38 da reperire, da dedicare al potenziamento dell’Autostrada Salerno-Reggio Calabria e della Statale “Jonica”; la realizzazione di nuove tratte interne alla Sicilia; l’estensione dell’Alta Capacità (se non
dell’Alta Velocità) nel tratto ferroviario Salerno-ReggioCalabria-Palermo-Catania (a completamento del Corridoio I Berlino- Palermo); il nuovo asse ferroviario Napoli- Bari; infine, il Ponte sullo Stretto. Forme di finanza di progetto e di partenariato pubblico- privato gli strumenti più adatti al reperimento delle risorse.
La proposta: Conferenza delle Regioni e Agenzia, i nuovi soggetti per il Sud – La programmazione degli interventi strategici per il rilancio del Sud andrebbe affidata a una Conferenza delle Regioni meridionali, quale luogo di coordinamento tra le Regioni, in stretta relazione con la Presidenza del Consiglio. I due soggetti costituirebbero una
sorta di “Consiglio per la coesione nazionale” deputato a impegnarsi in pochi grandi progetti strategici prioritari.
Accanto, un’Agenzia indipendente di natura tecnica, di supporto operativo alle decisioni del Consiglio, e destinata alla progettazione.